Il peso delle lacrime

scritto da Dyler
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Autore del testo Dyler

Testo: Il peso delle lacrime
di Dyler

Hazel.

Gli occhi di Madica erano spettacolari. A lei non piacevano granché, ma qualsiasi persona incrociasse il suo sguardo ne rimaneva calamitata. Una base verde oliva, una zona centrale marrone e dorata attorno alla pupilla, e filamenti verdi e dorati. Madica non ne andava matta: né carne, né pesce, pensava guardandosi allo specchio.

Aveva appena scoperto che quella tipologia di occhi si chiamava hazel. “Buono a sapersi”, disse. Sapeva che se ne sarebbe dimenticata presto, non aveva certo una memoria da elefante.

Erano belli? Erano insulsi? Non importa, erano soprattutto particolari: non avevano mai dovuto piangere.

Strano, vero? Non è che non avesse mai voluto farlo, non ne aveva proprio avuto motivo. Mai. La vita, semplicemente, le aveva negato quest’esperienza, non le aveva mai dato una ragione valida per versare una lacrima. In ventitré anni, mai.

Mai. Una. Volta.

Era una vita felice, la sua? Mah, sì, diciamo di sì. Come può esserlo la tua, come può esserlo la mia. La mancanza del pianto, del resto, non rende una vita felice per assioma. Se non è nero, non è detto che sia bianco.

Nessuno aveva mai notato questa peculiarità, nessuno aveva mai pensato: “Madica non piange”. In fondo anche tu non mi hai mai visto lavare i denti, ma dai per scontato che lo faccia, no?

E Madica? Come viveva questa cosa Madica? Lei non ci pensava. Forse era la vita stessa che aveva un piano per lei: nessun motivo per piangere, nessun pensiero a riguardo.

Ok, bene, ma a che costo? Ecco, qualcosa stava iniziando a cambiare, qualcosa si faceva strada dentro. Non sapeva dargli un nome, ma era un senso di oppressione che non aveva mai provato, un malessere diffuso senza una causa evidente.

E quel giorno era più palpabile che mai.

Si tirò su a sedere e abbracciò il cuscino, si sentiva inerme. Avesse avuto un ragazzo, l’avrebbe chiamato, una famiglia, l’avrebbe contattata, ma Madica aveva fatto da tempo una scelta drastica che non contemplava affetti nell’immediato. Accese la TV su un canale qualsiasi: non era importante cosa dicessero, ma che dicessero qualcosa. Si fece una doccia più lunga del solito facendo scorrere l’acqua finché non si accorse che aveva i brividi, un intero scaldabagno non le era bastato per ricordarsi se fosse accaduto qualcosa di particolare il giorno prima. Si preparò un tè caldo, portò la tazza in terrazzo e si appoggiò con i gomiti al parapetto tenendola con due mani. Guardando la città sotto di lei senza vederla, si sentiva sempre più persa in quella sensazione di angoscia crescente.

Infilata una tuta, uscì. Si sentiva soffocare e aveva bisogno di spazio, del suo spazio nel verde. Eccola, la sua panchina era libera, cosa piuttosto normale visto che erano le sette del mattino. Tirò fuori dalla borsetta un libro dalla copertina logora; il suo libro, quello che l’aveva accompagnata nella vita in un ciclo infinito, che aveva letto non sapeva neanche più quante volte.

Niente. Neanche Aureliano Buendìa era stato in grado di alleviare le sue pene. Si sentiva come lui: di fronte a un plotone d’esecuzione.

Andò all’università e seguì lezioni che non erano sue, pur di stare tra la gente pranzò in un fast-food contro le sue stesse convinzioni, prese la metro fino al capolinea e poi di nuovo verso casa. Ogni secondo durava un minuto.

“No, non posso rientrare a casa”, disse, con le chiavi del portone in mano.

Tornò alla sua panchina, ma non tirò fuori il libro dalla borsa. Lo sapeva, non sarebbe servito. Chiuse gli occhi dietro gli occhiali da sole e si concentrò sulla respirazione.

“Ciao, Madica”, disse una voce familiare mentre una mano le toccava una spalla.

Sobbalzò, come quando sei affacciato sovrappensiero e qualcuno finge di spingerti giù dalla finestra.

“Scusa”, disse, “non volevo spaventarti”.

“Non è niente”, le uscì dalla bocca, appena udibile e in un sussulto.

Conosceva Helena da quando si era trasferita in città, dalla prima lezione all’università.

“Sono passata a casa tua e non ti ho trovata. Immaginavo avresti potuto essere qua”.

Madica annuì, non era una di molte parole. E di sicuro non le sprecava al telefono: non aveva mai desiderato averne uno.

Rimasero in silenzio, senza muoversi, senza guardarsi. Madica era gelosa dei suoi sentimenti – anche della sua angoscia – e a malapena li confessava a sé stessa. Non ne avrebbe mai fatto parola con nessuno, nemmeno con lei. Helena la conosceva e rispettava i suoi silenzi.

“Cosa devi dirmi?”, chiese infine Madica. Lo percepiva.

“Vado”, disse Helena, sempre guardando davanti a sé. “Ho accettato l’offerta”. Silenzio. “Inizio lunedì prossimo, parto domani sera”. Silenzio. “Ma tornerò per la tesi”.

Silenzio.

Helena si girò di scatto verso Madica e la abbracciò a lungo con forza, avvolgendola con la sua felpa azzurra.

“Non piangere”.

“È che…”.

“Lo so. Tranquilla, io starò bene”, disse Madica sfoderando una sorta di sorriso. “Sono contenta per te”.

Helena si asciugò gli occhi col dorso delle mani e tirò su col naso. “Mi mancherai”, le disse.

“Anche tu”.

Si fissarono.

“Hazel”, disse Madica.

“Eze cosa?”, chiese Helena perplessa.

“Hazel, o qualcosa del genere. I miei occhi. Ho scoperto che la tipologia si chiama così”.

“Ah! Occhi stupendi non ti bastava, eh?”. Helena si sporse e le diede un bacio sulla guancia. Si alzarono.

“Vieni da me?”, chiese Madica.

Helena non rispose, la prese per la mano e assieme si avviarono attraverso il parco.

 

La notte fu travagliata per Madica. Il sonno giunse presto, ma fu accompagnato dal tormento mai sopito. I sogni si susseguirono, come flashback distorti della sua esistenza. Lei piccola, lei sola. Un orfanotrofio. Bambini che andavano via, lei che rimaneva. Lei più grande, lei in gita, lei da sola. Lei in treno. Una nuova vita, una nuova casa. L’università, un’amicizia. La confessione di una partenza. Un nuovo abbandono.

Madica si svegliò e, come sempre, non ricordò alcun sogno. Il rumore dell’acqua proveniva dal bagno, Helena si stava facendo la doccia. Nuda, si diresse verso di lei.

Non notò la goccia sul cuscino che iniziava a dissolversi.

Il peso delle lacrime testo di Dyler
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